Rivedere la toponomastica, mettere in luce scienziate del passato, incoraggiare quelle del futuro: anche così Parigi procede per rimediare agli squilibri secolari che hanno penalizzato le donne
A una buona parte delle migliaia di visitatori che ogni giorno fanno la coda per salire sulla Tour Eiffel potrebbe essere sfuggito un particolare. Sopra le grandi arcate che sorreggono il primo piano, a circa 60 metri da terra, corre un fregio destinato a rendere immortali alcune personalità che hanno contribuito al progresso delle scienze e della cultura. È la frise des savants – il fregio degli eruditi – voluto nel 1889 da Gustave Eiffel e composto da 72 lastre su cui sono incisi a lettere d’oro i nomi di chi, a partire dal 1789, aveva onorato la Francia con il proprio lavoro e con i risultati delle proprie ricerche. Probabilmente un altro degli argomenti che Eiffel volle aggiungere alla sua opera per evitarne la distruzione prevista dopo l’Esposizione Universale. Aveva certamente avuto ragione, anche se non sfugge un dettaglio importante. Quei 72 nomi, da leggere facendo il giro della Tour Eiffel con il naso all’insù, hanno un dettaglio in comune: appartengono soltanto a uomini. Nessuna delle donne che avrebbero avuto pari diritto è stata celebrata allo stesso modo, sebbene pochi anni prima, nel 1815, Sophie Germain avesse ottenuto il Grand Prix dell’Académie des Sciences per i suoi studi di matematica.
Topografia al femminile
Una lacuna comprensibile, seppur non accettabile, per l’epoca; molto meno oggi. A più di un secolo di distanza Parigi ha deciso di rimediare. Il percorso è iniziato nel 2021 con un progetto pensato per restituire visibilità alle donne – ce n’erano, eccome, anche ai tempi di Eiffel – che hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo delle scienze ma che la storia, il costume e la società hanno lasciato in ombra. Un’operazione promossa dall’Association Femmes & Sciences e definita dalla sindaca uscente Anne Hidalgo “un atto concreto per sottrarre le donne all’invisibilità”. Non un gesto isolato, ma parte di una riflessione più ampia sullo spazio pubblico: se per ragioni logistiche è difficile ribattezzare strade e piazze, il presente e il futuro devono comunque tener conto dello squilibrio esistente e rimediare, ove possibile. Anche attraverso i monumenti.
O i giardini. Come quelli dell’Hôtel de Sens, uno dei rari edifici medievali della città, che oggi ospita la Biblioteca Forney. Il suo spazio verde, esempio perfetto di giardino alla francese, porta ora il nome di jardin Monica Vitti e accoglie al suo interno un viale dedicato a Lea Massari. Inaugurato in occasione del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, a fine gennaio, non è solo un omaggio a due italiane, ma un ulteriore passo nella femminilizzazione della toponomastica urbana.
Rendere visibili le donne che hanno fatto e che fanno avanzare la conoscenza significa offrire modelli, ampliare l’orizzonte delle possibilità e contrastare un’idea ancora radicata: che la scienza sia un territorio prevalentemente maschile. Anche in Italia, nei settori STEM, nel 2023 le donne tra i 25 e i 34 anni che hanno conseguito una laurea scientifica sono state il 16,8% del totale, contro il 37% dei coetanei uomini. Un divario che non nasce dal caso, ma da una lunga storia di esclusioni culturali e sociali.
Tutto merito del pudore
Un percorso difficile ma inesorabile, iniziato a metà del XIX secolo, quando sulla scorta dei nascenti movimenti femministi le donne presero il coraggio di rivendicare il diritto a un livello di istruzione più alto. Le prime furono le donne russe, che nel 1859 fecero leva sulla mancanza di un divieto esplicito per iscriversi all’università di San Pietroburgo. Seguirono le donne di Kiev, Kharkov e Odessa, sebbene il loro attivismo spinse le autorità a interdirne l’accesso agli studi superiori. La loro risposta? Trasferirsi altrove: a Zurigo o in Francia, dove nel 1868 Mary Putnam fu la prima donna ufficialmente iscritta in un’università francese. I paesi scandinavi e l’Olanda seguirono, mentre le italiane dovettero aspettare fino al 1876 per poter accedere ufficialmente all’università. Fanalino di coda, la Germania aprì l’accesso delle sue università alle donne solo a cavallo del Novecento. Dieci anni dopo, la Spagna, dove le donne che desideravano proseguire gli studi potevano farlo con una deroga speciale, finalmente autorizzò ufficialmente l’accesso delle donne all’università. Curiosamente, furono le discipline mediche ad aprirsi per prime, probabilmente per ragioni legate al pudore: non era conveniente per una donna farsi visitare da un uomo. E questa motivazione fu talmente forte da far superare l’idea che quel tipo di studi – con corsi di anatomia e dissezioni del corpo umano – non fossero assolutamente adatti a una donna. C’erano poi le discipline più « adeguate », come la letteratura e le scienze umanistiche, e quelle che rimasero a lungo precluse, come il diritto. Impensabile che un titolo di studio che ammetteva a ruoli decisionali nelle funzioni pubbliche potesse essere conseguito da una donna. Se sorprende pensare a quanto sia giovane il percorso accademico femminile, sorprende ancora di pensare che fino al 1965 le donne francesi sposate non potevano avere un conto corrente e che quelle italiane dovettero aspettare altri 10 anni.
“Riparare” la Tour Eiffel
Anche per questo, il lavoro di “riparazione” della Tour Eiffel ha un valore simbolico importante. Mettere in pratica il progetto ha richiesto tempo: quello necessario per selezionare, valutare e ridurre una lunga lista di nomi. Un fascicolo passato al vaglio delle più prestigiose accademie francesi – delle Scienze, della Medicina, della Tecnologia – reso complesso anche da archivi che, come la storia, hanno spesso ignorato o trascurato i contributi femminili. Scorrere i profili delle 72 donne scelte è come svogliare un incredibile volume con capitoli di chimica, fisica, matematica, medicina, astronomia, genetica e geologia. C’è Angélique de Coudray, ostetrica che nel Settecento formò migliaia di donne e chirurghi con l’ausilio di un macchinario inventato da lei stessa, contribuendo a ridurre drasticamente le morti da parto. C’è Sophie Germain, costretta a fingersi uomo per studiare matematica al Politecnico. C’è Rose Dieng, senegalese, prima donna africana iscritta al Politecnico e pioniera del web semantico. Ci sono Jeanne Baret, prima donna a compiere il giro del mondo nel 1767, ed Edmée Chandon, la prima astronoma professionista di Francia. C’è Rosalind Franklin, grande esclusa dal Nobel, che ha contribuito allo studio del DNA e il cui nome sarà dato al progetto ExoMars dell’Agenzia Spaziale Europea, in partenza nel 2028. E ci sono Marie Curie, unica al mondo ad aver ricevuto due Nobel in due discipline diverse, e sua figlia Irène Joliot-Curie, premio Nobel per la chimica e attivista per i diritti delle donne.
Insieme alle altre, avranno finalmente a stessa visibilità dei loro colleghi uomini: stesso posto, stesso stile, stesso metodo di iscrizione. Saranno identiche le forme e il materiale con cui sono state realizzate le lettere dorate che compongono i nomi degli scienziati. Un lavoro lungo, che si concluderà nel 2027 ma che già oggi sembra aver reso ancora più intense le luci che, dopo il tramonto e per i primi cinque minuti di ogni ora, scintillano su Parigi.
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