Lo chiama “food tour”… ma quello che Pini Gorelick propone, più spesso in ebraico ma ultimamente anche in inglese, è una vera e propria immersione di tre ore nelle strade e nelle storie di Bnei Brak. Piccola città satellite di Tel Aviv, Bnei Brak è una delle più povere e densamente popolate in Israele, abitata da haredim, i più conservatori tra gli ebrei ortodossi.
Se a Gerusalemme i quartieri ebraici fanno parte dell’immaginario collettivo, fa decisamente più effetto vedere uomini, donne e bambini vestiti secondo le regole di tzniut (modestia) a due passi da Tel Aviv, la città israeliana laica per eccellenza. L’abbigliamento è inevitabilmente la prima cosa che balza agli occhi una volta arrivati all’incrocio tra Chazon Ich St. e Ohr HaChaim St., all’appuntamento con Pini, haredi lui stesso. Analista informatico di professione, Pini ha sempre avuto l’hobby di lavorare i cedri coltivati in famiglia per ricavarne un prelibato liquore tipo limoncello, molto popolare in Israele durante le feste, specialmente quella di Sukkot, in autunno. Visto il successo dell’Etrog (cedro in ebraico), oggi in vendita anche in alcuni negozi di Tel Aviv, Pini ha risvegliato la curiosità dei non ortodossi verso lo stile di vita della comunità degli haredim. Mentre ci sediamo ai tavolini spartani di una tavola calda in Chazon Ich St. – a Bnei Brak non ci sono caffè o ristoranti, la modestia si impone in ogni aspetto della vita – Pini racconta: “Ho cominciato con gli amici e quando ho visto l’interesse che queste passeggiate a Bnei Brak suscitavano in loro, ho iniziato ad invitare anche amici di amici e infine i turisti.”

Pini ordina un’abbondante porzione di kugel, uno sformato in casseruola, piatto tradizionale dello Shabbat degli ebrei ashkenaziti (cioè dell’Est Europa), che può essere a base di patate o di pasta all’uovo. Qui ci servono quello di patate.
Pini è un indispensabile passepartout per visitare Bnei Brak. La comunità haredi non ama essere “osservata”. Siamo fermi davanti alla vetrina di Prester, negozio che vende cappelli da uomo, molto apprezzati i Borsalino. Così impariamo che la comunità haredi non è omogenea, ci sono tanti gruppi con riti e abitudini diverse. Ogni gruppo ha un leader, il Rebbe, punto di riferimento e modello di comportamento nonché del look maschile. Indossare calzini bianchi o neri, portare cappelli a larghe tese o copricapi di pelliccia larghi o alti (shtreimel o spodik) non è una scelta individuale ma un segno di appartenenza.
Prima della seconda sosta gastronomica entriamo in un negozio di libri, scaffali e scaffali di testi e commenti alla Torah, e poi passiamo davanti ad un mikveh (bagno rituale) maschile. Nelle comunità haredi gli uomini usano immergersi per purificarsi ogni settimana prima di Shabbat e prima di qualunque atto importante. Ma anche su questa materia, ogni tradizione haredi ha le sue regole. Visto che secondo la Torah (Levitico 15:16) l’uomo deve purificarsi dopo ogni normale emissione di seme, che sia per attività sessuale o per emissione notturna, a Bnei Brak tutti gli uomini usano immergersi ogni mattina prima di entrare al tempio per evitare pettegolezzi su chi si è immerso e chi no. E visto che non si può parlare di Torah mentre si è nudi, il tempo del mikveh è quello riservato ai pettegolezzi su fatti e persone, tanto che nello slang haredi si fa riferimento al Mikveh News.
Seduti alla seconda tavola calda, Pini ci fa portare una porzione di golubzi (fagottini tipici russi, a base di carne, riso e verdure, avvolti in una foglia di verza, cotti in padella) e una di Kugel Yerushalmi (lo sformato di prima ma in versione dolce: noodles caramellati e speziati al pepe nero).


“La gente adora i food tour – riprende il discorso Pini – il cibo è parte integrante di ogni tradizione. Si parte dal cibo e si arriva a parlare di usi e costumi ben più intimi e profondi”. È così che tra un morso e l’altro Pini ci racconta del ruolo dello shadchan, il sensale, colui che combina i matrimoni. E del g’mach, l’usanza di mettere a disposizione della collettività oggetti che non servono quotidianamente: abiti da sera, materassi, utensili particolari.
Tre ore sono trascorse. Abbiamo chiacchierato molto più di quanto abbiamo assaggiato… ma non per questo il tour è stato meno soddisfacente. Ha ragione Pini: “La gente apprezza i miei tour e questo per me è il risultato più importante. Inoltre chi conosce gli haredim più da vicino cambia un po’ opinione su di loro (in meglio, NdR) e questo è ancora più importante.”
Per prenotare: www.foodtourz.com/bnei-brak



















