Casa Grazia nasce a Gela, in un luogo che più di altri concentra contraddizioni, ferite e possibilità di riscatto della Sicilia contemporanea.
Qui il vino non è solo un prodotto agricolo, ma un gesto culturale, un atto di appartenenza e una scelta di permanenza. Il nome stesso, Casa Grazia, dichiara fin dall’inizio i valori dell’azienda: identità, radicamento, senso di famiglia e responsabilità verso il territorio in cui si è nati.
La storia prende forma negli anni Novanta con Maria Grazia Di Francesco, fondatrice e anima del progetto. Alle spalle c’è una famiglia di piccoli proprietari terrieri, una passione per la vigna che cresce nel tempo e una consapevolezza maturata lentamente: quello che si eredita non è solo terra, ma memoria, paesaggio e futuro possibile. Da un piccolo ettaro ricevuto in eredità, la famiglia Brunetti arriva a gestire oggi circa 900 ettari complessivi, diventando uno dei principali produttori di uva da tavola seedless in Sicilia, affiancata da vigneti, oliveti e produzione vinicola.
Il cuore simbolico e geografico di Casa Grazia è la Riserva Naturale Orientata Biviere di Gela. Il lago costiero più grande della Sicilia, tra i maggiori d’Europa, citato già da Plinio il Vecchio. Un bacino che per secoli è stato specchio d’acqua, luogo di svernamento per numerose specie di volatili, spazio di vita e di osservazione. Qui il paesaggio è definito da una relazione costante tra acqua dolce, lago salmastro e mare, distante pochi chilometri. È questa vicinanza a determinare molte delle caratteristiche dei vini: sapidità, freschezza, eleganza, una tensione minerale che nasce da suoli sabbiosi e ferrosi, con tratti calcarei e un contenuto di silicio che racconta la storia geotettonica di questo tratto di costa.
Casa Grazia è l’unica azienda vitivinicola dell’area a lavorare in un contesto così prossimo al lago e al mare insieme. Un’eccezione che diventa identità. La produzione dei vini rossi si concentra sul Cerasuolo di Vittoria DOCG, con un’interpretazione che guarda alla versione classica della denominazione, legata alle zone storiche di produzione. Accanto, Frappato e Nero d’Avola dialogano in un equilibrio che privilegia la bevibilità, la precisione aromatica e una struttura mai sovraccarica.
Il racconto del territorio è inseparabile da quello della storia civile di Gela. Una città fondata nel 600 a.C. da coloni cretesi e rodiesi, prima ancora della nascita di Siracusa. Un crocevia tra Ragusa e Caltanissetta, segnato nei secoli da cave di argilla, attività agricole e, nel Novecento, da una industrializzazione pesante che negli anni Sessanta ha cambiato radicalmente il volto della città. L’arrivo dell’ENI, il polo petrolchimico, le promesse mancate e le ferite ambientali. Fino a una nuova fase, più recente, con la trasformazione della raffineria in bioraffineria e un lento, faticoso processo di rigenerazione.
È in questo contesto che Casa Grazia sceglie di restare. Non come slogan, ma come pratica quotidiana. Un’idea di “radicamento” che oggi coinvolge sempre più giovani e che la famiglia Brunetti interpreta investendo sul territorio, sul lavoro agricolo e sulla formazione. Non a caso, uno degli obiettivi dichiarati è quello di fare della tenuta anche un luogo educativo, con una scuola di formazione legata all’istituto alberghiero e un progetto di apertura culturale.
Nel 2016 la famiglia acquisisce la tenuta che ospita l’antica Chiesa dei Salesiani, consacrata ma non adibita alla somministrazione dei sacramenti, dove tuttavia continuano a celebrarsi le messe. Un luogo carico di storia, legato all’opera di Don Bosco e dei Salesiani, che per anni se ne sono presi cura. Qui ha vissuto anche Salvatore Aldisio, figura centrale della storia politica italiana del Novecento: ministro, uomo mite e profondamente legato alla terra, che scelse di mantenere il titolo di agricoltore anche dopo incarichi di rilievo nazionale. Un uomo che attraversò il ventennio fascista senza rinnegare la propria identità, fondatore insieme a Luigi Sturzo del Partito Popolare, e che trascorse qui un periodo decisivo della sua vita.
Il recupero della tenuta e della foresteria, avviato nel gennaio 2020 e inaugurato nel 2022, nasce dalla consapevolezza di ciò che si stava ereditando. L’obiettivo è trasformare questi spazi in una Casa Museo, restituendo dignità architettonica e funzione culturale a un luogo che il catasto definiva “collabente”, cioè inagibile. Un lavoro possibile grazie a una visione condivisa e a un investimento importante, che ha richiesto tempo, risorse e una forte motivazione personale.
In questo percorso, il ruolo del marito di Maria Grazia, Angelo Brunetti, è centrale. È a lui che è dedicata la linea Brunetti d’Opera. Come racconta Maria Grazia, senza di lui questo sogno non avrebbe potuto prendere forma. Un progetto che ha coinvolto l’architetto Castellana, che segue l’azienda dal 2017, traducendo desideri ed emozioni in forme concrete, dando sostanza e rigore a una visione profondamente emotiva. Brunetti d’Opera è un atto di gratitudine, un patto d’amore che si materializza in un vino pensato come racconto, memoria e dono.
La cantina lavora in regime biologico, senza l’utilizzo di prodotti chimici o di origine animale. In vigna si utilizza esclusivamente stallatico, scelta che esclude la certificazione vegan ma garantisce un approccio agricolo coerente. La gestione agronomica è attenta e manuale: raccolte all’alba, a partire dalle quattro del mattino nell’ultima settimana di luglio, quando le temperature superano rapidamente i quaranta gradi. Le uve vengono raccolte in cassette, portate in magazzino e raffreddate per preservarne l’integrità.
In cantina si lavora per sottrazione. Le uve bianche fermentano a circa 14 gradi, le rosse a 24. La pressatura è soffice, finalizzata all’estrazione del fiore del mosto. La decantazione è statica, l’inoculo dei lieviti avviene il giorno successivo, senza ricorrere a fermentazioni spontanee. Le macerazioni sono controllate con sistemi di irrorazione automatizzati, interrotti quando necessario per evitare estrazioni forzate. Segue la fermentazione malolattica, la stabilizzazione a freddo e l’imbottigliamento.
Particolare attenzione è dedicata ai vini frizzanti e spumanti, prodotti con metodo Martinotti-Charmat in autoclavi isobariche. Il Lagodamare, frizzante da un blend di Grillo, Moscato e Traminer, è uno dei vini più rappresentativi: una produzione che ha raggiunto negli anni anche le 13.000 bottiglie, raccontando il lago e il mare in chiave immediata e contemporanea. Accanto, mini-vinificazioni da singoli ettari permettono di esplorare le potenzialità di varietà come Grillo e Frappato.
Oggi Casa Grazia produce circa 80–90.000 bottiglie su 15 referenze, con un equilibrio tra vitigni autoctoni e internazionali. La bottiglia diventa uno strumento di comunicazione del territorio, non un semplice contenitore. Un’idea confermata anche da esperienze come il Salone del Mobile di Milano del 2019, dove i vini Casa Grazia sono stati inseriti in un racconto di design siciliano contemporaneo. In quell’occasione, un sommelier parlò di una famiglia di vini capace di attraversare stili diversi mantenendo una cifra comune: la sapidità.
Casa Grazia non promette soluzioni facili né scorciatoie. Racconta piuttosto una possibilità: fare della memoria un presente attivo, trasformare un territorio martoriato in uno spazio di progetto, usare il vino come linguaggio per parlare di storia, paesaggio e futuro. Restare, qui, è già una forma di coraggio.
Alcuni dei vini di punta della cantina
Adoré è un moscato secco color giallo paglierino. Solitamente se vinificato secco il moscato di Canelli è amaricante, infatti, ha solo 1 milligrammo di residuo zuccherino, la nota dolce si concentra all’olfatto: mango, banana, buccia di mandarino verde. È un vino da affinamento che può essere abbinato con piatti a base di salmone, crostacei, gambero rosso perché va a fare contrasto alla parte grassa della pietanza.
Proviamo con amuse bouche: finta caprese con pomodoro glassato, concentrato di pomodoro e perlage di basilico, dentro burrata; gambero, stracciatella e chips di paprica; ricci di mare, bottarga, foglia di seppia.
Laetitya è un Frappato 100%, rosso aromatico e fruttato in bocca. Noi lo abbiamo provato con una finta oliva con biscotto salato, all’interno stinco di maiale; manzo iberico, formaggio e pistacchio ma anche con il salmone affumicato e le melanzane.
VICTORYA 1607 Nero d’Avola 50%, Frappato 50%, Cerasuolo di Vittoria. Il Nero d’Avola dona la struttura al vino, al naso sentiamo rosa, una nota speziata e mentolata, cannella. L’affinamento è solo in acciaio. È un vino rosso da bere fresco anche d’estate. Il nome deriva da Vittoria Colonna Enriquez, prima donna coinvolta nel mondo del vino e la prima a rappresentare il Cerasuolo di Vittoria. Nel 1607, durante la dominazione spagnola, indusse i coloni a impiantare vigneti. Lo abbiamo provato con una tartare di tonno rosso, olio e limone, un’insalata di polpo e un tortino di cous cous.
Brunetti d’Opera, Cerasuolo di Vittoria DOCG Sicilia, Nero d’Avola 60%, Frappato 40%, dedica di una moglie, Maria Grazia al marito Gino. Al naso è balsamico, si avverte frutta rossa matura, cannella, chiodi di garofano, mentre in bocca è rotondo con un’acidità che sostiene il vino con eleganza.
Very Wine Confidential. Very Food Confidential.



















